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L’ormai prolungato stato di guerra che affligge la Siria e le altre regioni mediorientali del mondo, al 2016 ormai alle porte del sesto anno consecutivo, sta lasciando dietro di sé anche tracce diverse dai solchi molto tangibili delle bombe, scorie tragiche della situazione bellica, che nel loro deperire lento e inesorabile, quasi impongono subdolamente il declassamento dell’assordante tragedia del conflitto civile a sorda routine quotidiana.

Nell’eco lunga dell’altro abituale bombardamento che in senso lato possiamo dire ci coinvolga, quello mediatico, si perdono le storie delle persone normali, quelle che non combattono e non fanno proclami: la gente che abbandonata la propria terra natale ha trovato un rifugio -pur precario- nei paesi che circondano le zone di guerra, trovandosi ad affrontare il dramma della ricostruzione personale del proprio quotidiano.

In particolare si stima che circa un quarto dell’attuale popolazione del Libano sia costituita da rifugiati siriani, perlopiù donne e bambini, dei quali il 90% concentrato nei centri urbani (lo stesso dicasi per gli esuli accolti in Giordania, Turchia ed Iraq), nei loro auspici i luoghi migliori per una ripresa veloce di condizioni di vita dignitose. Tuttavia, come storicamente sempre è stato, al maggior novero di opportunità lavorative e di alloggio che le realtà urbane possono offrire, fa da contro-altare la tendenza delle città ad acuire le situazioni di disagio, innescando un circolo vizioso particolarmente feroce dal quale difficilmente ci si riesce a liberare. Le scarse possibilità di accesso all’istruzione, la diffidenza e l’intimidazione si occupano spesso del resto.

Proprio all’urgenza di dare un palcoscenico il più ampio possibile alla denuncia delle difficoltà sofferte dai rifugiati siriani del Libano ha cercato di offrire una risposta Four Walls”, il documentario in realtà virtuale nato dalla collaborazione fra l’IRC (International Rescue Committee), YouVisit (azienda leader nella produzione di contenuto multimediale VR) e l’attrice-scrittrice Rashida Jones, da sempre vicina alle iniziative dell’organizzazione umanitaria.

Rivisitando una recente intervista rilasciata da Cathe Neukum (produttrice esecutiva presso lo stesso IRC), percepiamo l’opportunità per cogliere ancor di più, per una volta distanti dal mondo leggero dei videogiochi, la potenza e soprattutto la duttilità della realtà virtuale. Il documentario ci trasporterà infatti nelle strade distanti dei fantasmi architettonici abitati dalle famiglie siriane del Libano, palazzine fatiscenti o al meglio lasciate incompiute nella bolla di anacronismo coatto delle periferie, raccontandoci con accuratezza il disincanto della gente costretta ad abitarci, con la potente immediatezza del medium VR.

Avremo modo di toccare con mano (o quasi) tutti gli angoli e le fessure di civiltà dentro cui le famiglie protagoniste delle riprese sono costrette a lottare per il recupero della normalità, di sentirci spettatori dell’incontro con un gruppo di bambini, che solo a tarda sera e dopo parecchie ore di lavoro per le strade, possono tornare a sentirsi tali.

Sempre nelle parole della Neukum si coglie l’intento dell’IRC di procedere ad un impiego più massiccio della VR nell’ambito delle iniziative umanitarie, valorizzandone l’immediatezza e dando una nuova dimensione, di qualche metro più vicina al cuore e più lontana dal televisore, all’opera di sensibilizzazione che da sempre li vede impegnati.