Il canale Youtube di VR Magazine accoglie oggi una nuova e disturbante rubrica: cureremo infatti nelle prossime settimane il gameplay completo di Here They Lie, altro titolo uscito in occasione del lancio della periferica VR di mamma Sony, e a nostro giudizio utile a fornirci un banco di prova per rispondere ad una domanda tanto semplice in apparenza quanto di complessa risoluzione: è davvero l’horror il genere d’elezione per l’esperienza videoludica in realtà virtuale?

Here They Lie è un walking simulator, nel quale ci vedremo temerari protagonisti di una passeggiata indesiderata fra i vicoli di una città decadente, cupa e corrotta da un male del quale la trama ci offre pochi e criptici spunti di comprensione. Benché il comparto grafico ci paia ben allineato ad un titolo che dichiaratamente vuole svuotarci dalle impressioni calde dei colori delle nostre città per farci sprofondare nell’enigma grigio dei luoghi che visiteremo, dalle prime impressioni è l’audio a farla da padrone, con un sottofondo di porte cigolanti, respiri affannosi e passi svelti che sembrano tormentarci ad ogni svolta e ad ogni esitazione, con il solo suono squillante di un telefono a ricordarci di essere vivi.

Ancora per quanto non ci è dato saperlo; qualcosa si muove nelle ombre abbandonate delle strade che calpestiamo, e forse non avremo modo di raccontarvelo…

Capitolo 1: Dove sono tutti?

La storia inizia con un incontro. Una donna riccioluta (dal davanzale piuttosto generoso) con un vestito giallo sgargiante ci accompagna all’ingresso di un vagone della metropolitana, accennandoci quasi sussurrando ad una possibile relazione che in passato sembra averci unito. Il tepore caldo della scena però evapora in fretta, lasciandoci catapultati nello stesso vagone, stavolta in corsa, al buio, nelle profondità della terra. Risaliamo il treno lentamente, trasalendo alla vista di figure demoniache che una volta scomparse, col ritorno dell’illuminazione artificiale, creano macabre pozzanghere di sangue umano sul suolo che calpestiamo.

Qualche scena dopo, l’incubo ad occhi aperti lascia il posto ad una stazione abbandonata. Siamo svegli, ma ugualmente proiettati nell’abbandono surreale della scena che stiamo osservando.
La donna in giallo (unica nota di colore in una scena altrimenti giocata sulle solo tonalità del bianco e del grigio) compare un’altra volta, invitandoci quasi per inerzia a seguirla, giù nelle viscere della metropolitana…

Capitolo 2: Non siamo soli in città


Sopravvissuti all’inquietudine delle arterie metropolitane, partiamo alla volta del macabro tour fra i vicoli fuligginosi della città morta (o morente?) che fa da sfondo all’intera vicenda. Dana, la donna in giallo del nostro passato, ci appare lungo la strada preceduta da una nuvola vorticante di bigliettini che ci investe in pieno, e una volta ancora si dissolve nell’aria, lasciando l’interlocutore all’altro capo del solito telefono a strigliarci per essercela fatta sfuggire.

Nel secondo capitolo ci troveremo a camminare per le viuzze buie ed intricate di un luogo che ci parrà essere stato abbandonato in fretta, con i vestiti ancora stesi sui cavi che a mo’ di ragnatela schiacciano verso il basso tutto quanto ci circonda, televisioni lasciate accese e quelli che sembrano uomini-maiale riversi su sanitari a bordo strada. Non mancheranno altre inquietanti rilevazioni, in verità comunque sempre parecchio criptiche e suscettibili di interpretazioni molto poco letterali (leggeremo di una madre che afferma di aver ricucito il figlio, sul foglietto di turno).

Per molto che ci resta da capire, qualcosa ci diventerà tristemente ed immensamente chiaro da subito.
Non siamo soli in città, e se spegnere la torcia e muoverci nell’ombra non dovesse essere sufficiente, l’incontro con le creature non condurrà a nulla di piacevole